Informazioni Liturgiche
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- XVII
- Salterio
- I
- Ciclo / Biennale
- A / II
Ufficio delle Letture (Biennale)
BIENNALE
17a SETTIMANA
Anno Pari
Lunedi
Prima Lettura
Dal libro di Giobbe (29,1-10; 30,1.9-23) Giobbe lamenta la propria condizione Giobbe continuò a pronunziare le sue sentenze e disse: «Oh, potessi tornare com’ero ai mesi di un tempo, ai giorni in cui Dio mi proteggeva, quando brillava la sua lucerna sopra il mio capo e alla sua luce camminavo in mezzo alle tenebre; com’ero ai giorni del mio autunno, quando Dio proteggeva la mia tenda, quando l’Onnipotente era ancora con me e i miei giovani mi stavano attorno; quando mi lavavo i piedi nel latte e la roccia mi versava ruscelli d’olio! Quando uscivo verso la porta della città e sulla piazza ponevo il mio seggio: vedendomi, i giovani si ritiravano e i vecchi si alzavano in piedi; i notabili sospendevano i discorsi e si mettevan la mano sulla bocca; la voce dei capi si smorzava e la loro lingua restava fissa al palato.
Ora invece si ridono di me i più giovani di me in età, i cui padri non avrei degnato di mettere tra i cani del mio gregge.
Ora io sono la loro canzone, sono diventato la loro favola! Hanno orrore di me e mi schivano e non si astengono dallo sputarmi in faccia! Poiché egli ha allentato il mio arco e mi ha abbattuto, essi han rigettato davanti a me ogni freno.
A destra insorge la ragazzaglia; smuovono i miei passi e appianano la strada contro di me per perdermi.
Hanno demolito il mio sentiero, cospirando per la mia disfatta e nessuno si oppone a loro.
Avanzano come attraverso una larga breccia, sbucano in mezzo alle macerie.
I terrori si sono volti contro di me; si è dileguata, come vento, la mia grandezza e come nube è passata la mia felicità.
Ora mi consumo e mi colgono giorni d’afflizione.
Di notte mi sento trafiggere le ossa e i dolori che mi rodono non mi danno riposo.
A gran forza egli mi afferra per la veste, mi stringe per l’accollatura della mia tunica.
Mi ha gettato nel fango: son diventato polvere e cenere.
Io grido a te, ma tu non mi rispondi, insisto, ma tu non mi dai retta.
Tu sei un duro avversario verso di me e con la forza delle tue mani mi perseguiti; mi sollevi e mi poni a cavallo del vento e mi fai sballottare dalla bufera.
So bene che mi conduci alla morte, alla casa dove si riunisce ogni vivente».
Responsorio (Gb 30,17.19; 7,16)
R. Di notte mi sento trafiggere le ossa e i dolori che mi rodono non mi danno riposo. Mi ha gettato nel fango: * sono diventato polvere e cenere.
V. Lasciami, Signore, perché un soffio sono i miei giorni;
R. sono diventato polvere e cenere.
Seconda Lettura
Dai "Discorsi spirituali" di san Doroteo, abate (N. 7)
La ragione di ogni turbamento è che nessuno accusa se stesso
Cerchiamo, fratelli, di vedere da che cosa soprattutto derivi il fatto che quando qualcuno ha sentito una parola molesta, spesso se ne va senza alcuna reazione, come se non l’avesse udita, mentre talvolta appena l’ha sentita si turba e si affligge. Qual è, mi domando, la causa di questa differenza? Questo fatto ha una sola o più spiegazioni? Io mi rendo conto che vi sono molte spiegazioni e motivi, ma ve n’è una che sta davanti alle altre e che genera tutte le altre, secondo quanto disse un tale: Questo deriva dalla particolare condizione in cui talora qualcuno viene a trovarsi.
Chi infatti si trova in preghiera o in contemplazione, facilmente sopporta il fratello che lo insulta e rimane imperturbato. Talvolta ciò avviene per il grande affetto da cui qualcuno è animato verso qualche fratello. Per questo affetto egli sopporta da lui ogni cosa con molta pazienza.
Ma può inoltre derivare dal disprezzo. Quando uno disprezza o schernisce chi abbia voluto irritarlo, disdegna di guardarlo o di rivolgergli la parola o di accennare, parlando con qualcuno, ai suoi insulti e alle sue maldicenze, considerandolo come il più vile di tutti.
Da tutto questo può derivare il fatto, come ho detto, che qualcuno non si turbi, né si affligga se disprezzato, o non prenda in considerazione le cose che gli vengono dette. Accade invece che qualcuno si turbi e si affligga per le parole di un fratello, allorquando si trova in una condizione molto critica o quando odia quel fratello. Vi sono tuttavia anche molte altre cause di questo stesso fenomeno che vengono diversamente presentate. Ma la ragione prima di ogni turbamento, se facciamo una diligente indagine, si trova nel fatto che nessuno incolpa se stesso. Da qui scaturisce ogni cruccio e travaglio, qui sta la ragione per cui non abbiamo mai un po’ di pace; né ci dobbiamo meravigliare, poiché abbiamo appreso da santi uomini che non esiste per noi altra strada all’infuori di questa per giungere alla tranquillità. Che le cose stiano proprio così lo costatiamo in moltissimi casi. E noi, inoperosi e amanti della tranquillità, ci illudiamo e crediamo di aver intrapresa la via giusta allorché in tutte le cose siamo insofferenti, non accettando mai di incolpare noi stessi. Così stanno le cose. Per quante virtù possegga l’uomo, fossero pure innumerevoli e infinite, se si allontana da questa strada, non avrà mai pace, ma sarà sempre afflitto o affliggerà gli altri, e si affaticherà invano.
Responsorio (Cfr. 1Gv 1,8.9; Pr 28,13)
R. Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi. * Se confessiamo il nostro peccato, Dio, fedele e giusto, ci perdona.
V. Chi nasconde le proprie colpe non avrà successo.
R. Se confessiamo il nostro peccato, Dio, fedele e giusto, ci perdona.