Informazioni Liturgiche
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- A / II
Ufficio delle Letture (Biennale)
24 agosto
SAN BARTOLOMEO
Apostolo
Festa
Prima Lettura
Dalla prima lettera ai Corinzi di san Paolo, apostolo 4, 1-16 Facciamoci imitatori dell'Apostolo come egli lo è di Cristo Fratelli, ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, quanto si richiede negli amministratori è che ognuno risulti fedele. A me però, poco importa di venir giudicato da voi o da un consesso umano; anzi, io neppure giudico me stesso, perché anche se non sono consapevole di colpa alcuna non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore! Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, finché venga il Signore. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno avrà la sua lode da Dio.
Queste cose, fratelli, le ho applicate a modo di esempio a me e ad Apollo per vostro profitto perché impariate nelle nostre persone a stare a ciò che è scritto e non vi gonfiate d'orgoglio a favore di uno contro un altro. Chi dunque ti ha dato questo privilegio? Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l'hai ricevuto, perché te ne vanti come non l'avessi ricevuto? Già siete sazi, già siete diventati ricchi; senza di noi già siete diventati re. Magari foste diventati re! Così anche noi potremmo regnare con voi. Ritengo infatti che Dio abbia messo noi, gli apostoli, all'ultimo posto, come condannati a morte, poiché siamo diventati spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini. Noi stolti a causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi onorati, noi disprezzati. Fino a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo schiaffeggiati, andiamo vagando di luogo in luogo, ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino ad oggi.
Non per farvi vergognare vi scrivo queste cose, ma per ammonirvi, come figli miei carissimi. Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il vangelo. Vi esorto dunque, fatevi miei imitatori! Responsorio
Gv 15, 15; Mt 13, 12
R. Non vi chiamo più servi, ma amici: * tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi.
V. A voi è dato di conoscere i misteri del regno: beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché odono:
R. tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi.
Seconda Lettura
Dalle "Omelie sulla prima lettera ai Corinzi" di san Giovanni Crisostomo, vescovo (4,3.4)
La debolezza di Dio è più forte della fortezza degli uomini
La croce ha esercitato la sua forza di attrazione su tutta la terra e lo ha fatto non servendosi di mezzi umanamente imponenti, ma dell’apporto di uomini poco dotati. Il discorso della croce non è fatto di parole vuote, ma di Dio, della vera religione, dell’ideale evangelico nella sua genuinità, del giudizio futuro. Fu questa dottrina che cambiò gli illetterati in dotti.
Dai mezzi usati da Dio si vede come la stoltezza di Dio sia più saggia della sapienza degli uomini, e come la sua debolezza sia più forte della fortezza umana. In che senso più forte? Nel senso che la croce, nonostante gli uomini, si è affermata su tutto l’universo e ha attirato a sé tutti gli uomini. Molti hanno tentato di sopprimere il nome del Crocifisso, ma hanno ottenuto l’effetto contrario. Questo nome rifiorì sempre di più e si sviluppò con progresso crescente. I nemici invece sono periti e caduti in rovina. Erano vivi che facevano guerra a un morto, e ciononostante non l’hanno potuto vincere. Perciò quando un pagano dice a un cristiano che è fuori della vita, dice una stoltezza. Quando mi dice che sono stolto per la mia fede, mi rendo persuaso che sono mille volte più saggio di lui che si ritiene sapiente. E quando mi pensa debole non si accorge che il debole è lui.
I filosofi, i re e, per così dire, tutto il mondo che si perde in mille faccende, non possono nemmeno immaginare ciò che dei pubblicani e dei pescatori poterono fare con la grazia di Dio. Pensando a questo fatto, Paolo esclamava: «Ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (1Cor 1,25). Questa frase è chiaramente divina. Infatti come poteva venire in mente a dodici poveri uomini, e per di più ignoranti, che avevano passato la loro vita sui laghi e sui fiumi, di intraprendere una simile opera? Essi forse mai erano entrati in una città o in una piazza. E allora, come potevano pensare di affrontare tutta la terra? Che fossero paurosi e pusillanimi l’afferma chiaramente chi scrisse la loro vita senza dissimulare nulla e senza nascondere i loro difetti, ciò che costituisce la miglior garanzia di veridicità di quanto asserisce.
Costui, dunque, racconta che quando Cristo fu arrestato dopo tanti miracoli compiuti, tutti gli apostoli fuggirono e il loro capo lo rinnegò. Come si spiega allora che tutti costoro, quando il Cristo era ancora in vita, non avevano saputo resistere a pochi Giudei, mentre poi, giacendo lui morto e sepolto e, secondo gli increduli, non risorto, e quindi non in grado di parlare, avrebbero ricevuto da lui tanto coraggio da schierarsi vittoriosamente contro il mondo intero? Non avrebbero piuttosto dovuto dire E adesso? Non ha potuto salvare se stesso, come potrà difendere noi? Non è stato capace di proteggere se stesso, come potrà tenderci la mano da morto? In vita non è riuscito a conquistare una sola nazione, e noi, col suo nome, dovremmo conquistare il mondo? Non sarebbe da folli non solo mettersi in simile impresa, ma perfino soltanto pensarla?
è evidente perciò che se non lo avessero visto risuscitato e non avessero avuto una prova inconfutabile della sua potenza, non si sarebbero esposti a tanto rischio.
Responsorio
(1Cor 1,23.24; 2Cor 4,8; Rm 8,37)
R. Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma, per i chiamati, *egli è potenza di Dio e sapienza di Dio.
V. Siamo tribolati da ogni parte; ma in tutto siamo più che vincitori, grazie a colui che ci ha amati;
R. egli è potenza di Dio e sapienza di Dio.
Vangelo
Dal vangelo secondo Giovanni (1,45-51)
In quel tempo, Filippo incontrò Natanaèle e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù figlio di Giuseppe di Nazaret». Natanaèle esclamò: «Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi». Gesù intanto, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità».
Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico». Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele! ». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico, credi? Vedrai cose maggiori di queste! ». Poi gli disse: «In verità, in verità vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo».
Terza Lettura
Dalle "Omelie sul Cantico dei Cantici" di san Gregorio di Nissa, vescovo (N. 15)
Il Verbo gli ha reso testimonianza
L’apostolo Filippo è dato come concittadino di Pietro e di Andrea (cfr. Gv 1,44). Ora, mi sembra che l’essere stato appunto concittadino di quei fratelli ai quali il vangelo tributa la sua prima ammirazione per quanto accadde loro, sia già per Filippo un certo encomio. Infatti Andrea dopo che il Battista gli mostrò chi era l’Agnello che toglie il peccato del mondo, non soltanto riflette lui stesso su questo mistero e, avendo saputo dove abitava, va dietro colui che gli era stato indicato, ma porta anche a suo fratello il lieto annunzio: colui che molto tempo prima era stato vaticinato dai profeti, era arrivato (cfr. Gv 1,41).
Questi, quasi credendo prima ancora di ascoltare, si stringe a quell’Agnello con tutta l’anima, e, insieme con il nome, viene anche lui trasformato dal Signore in una condizione divina: al posto di Simone viene chiamato e fatto Pietro (cfr. Gv 1,42). E non fu un po’ per volta che quel grande Pietro giunse a questa grazia, ma, nello stesso momento, diede ascolto al fratello, credette all’Agnello, e fu reso perfetto nella fede, e, cementato alla pietra (cfr. 1Pt 2,4), divenne Pietro. Filippo dunque, degno di tali e così grandi concittadini, dopo esser stato trovato dal Signore – com’è detto nel vangelo che «Gesù incontrò Filippo» (Gv 1,43) – fu anche seguace del Verbo, che «gli disse: Seguimi». Condotto che fu alla luce vera, ne attinse per sé, come lampada, parte dello splendore, e avvolse di tale luce anche Natanaèle, come porgendogli la torcia del «mistero della pietà» (1Tm 3,16). Queste le sue parole: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù di Nazaret» (Gv 1,45).
Natanaèle da parte sua accolse ponderatamente questo lieto annunzio, poiché era molto ben istruito sul mistero del Signore dai libri delle profezie e sapeva come la prima manifestazione corporale di Dio avrebbe avuto luogo a Betlemme (cfr. Mi 5,1) e come poi, dimorando a Nazaret, sarebbe stato chiamato Nazareno (cfr. Mt 2,23). Così Natanaèle, considerando l’una e l’altra cosa, e riflettendo come il mistero dovesse attuarsi, per quanto riguarda la nascita corporale, la grotta, le fasce e la mangiatoia, a Betlemme, la città di Davide, mentre, d’altra parte, alla Galilea doveva toccare un giorno di dargli il proprio nome a motivo del Verbo che si sarebbe recato volentieri tra i gentili (cfr. Mt 4,12-16), accostando finalmente 1’asserzione di chi gli aveva mostrato lo splendore di tale conoscenza, se ne uscì in queste parole: «Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?» (Gv 1,46). Allora Filippo gli si fa risolutamente guida a questa grazia, dicendogli: «Vieni e vedi» (ivi). Con ciò Natanaèle, lasciato il fico (cfr. Gv 1,48) della Legge, la cui ombra gl’impediva di ricevere la luce, arrivò a colui che del fico seccò le foglie, del fico sterile, del fico che non portava frutto (cfr. Mt 21,19; Mc 11,13-14.20 ss). Ed è per questo motivo che il Verbo gli ha reso testimonianza che era un Israelita genuino, perché dimostrava in se stesso il carattere del patriarca Israele, libero da ogni intenzione d’inganno. «Ecco davvero, disse, un Israelita in cui non c’è falsità» (Gv 1,47).
Responsorio
(1Gv 5,20; Sal 47,15)
R. Sappiamo che il Figlio di Dio è venuto e ci ha dato l’intelligenza per conoscere il vero Dio, affinché siamo nel Figlio suo Gesù Cristo: *Egli è il vero Dio e la vita eterna.
V. Questo è il Signore, nostro Dio in eterno, sempre: egli è colui che ci guida.
R. Egli è il vero Dio e la vita eterna.