Informazioni Liturgiche
- Grado
- Feria
- Tempo
- ORDINARIO
- Settimana
- XXV
- Salterio
- I
- Ciclo / Biennale
- A / II
Ufficio delle Letture (Biennale)
BIENNALE
25a SETTIMANA
Anno Pari
Domenica
Prima Lettura
Dal libro di Tobia (1,1–2,1a; Volg. 1,1-25) La pietà del vecchio Tobia Libro della storia di Tobi, figlio di Tobiel, figlio di Ananiel, figlio di Aduel, figlio di Gabael, della discendenza di Asiel, della tribù di Neftali. Al tempo di Salmanassar, re degli Assiri, egli fu condotto prigioniero da Tisbe, che sta a sud di Kades di Neftali, nell’alta Galilea, sopra Aser, verso occidente, a nord di Sefet. Io, Tobi, passavo i giorni della mia vita seguendo le vie della verità e della giustizia. Ai miei fratelli e ai miei compatrioti, che erano stati condotti con me in prigionia a Ninive, nel paese degli Assiri, facevo molte elemosine.
Mi trovavo ancora al mio paese, la terra d’Israele, ed ero ancora giovane, quando la tribù del mio antenato Neftali abbandonò la casa di Davide e si staccò da Gerusalemme, la sola città fra tutte le tribù d’Israele scelta per i sacrifici. In essa era stato edificato il tempio, dove abita Dio, ed era stato consacrato per tutte le generazioni future.
Tutti i miei fratelli e quelli della tribù del mio antenato Neftali facevano sacrifici sui monti della Galilea al vitello che Geroboamo re d’Israele aveva fabbricato in Dan. Io ero il solo che spesso mi recavo a Gerusalemme nelle feste, per obbedienza ad una legge perenne prescritta a tutto Israele. Correvo a Gerusalemme con le primizie dei frutti e degli animali, con le decime del bestiame e con la prima lana che tosavo alle mie pecore. Consegnavo tutto ai sacerdoti, figli di Aronne, per l’altare. Davo anche ai leviti che allora erano in funzione a Gerusalemme le decime del grano, del vino, dell’olio, delle melagrane, dei fichi e degli altri frutti. Per sei anni consecutivi convertivo in danaro la seconda decima e la spendevo ogni anno a Gerusalemme.
La terza decima poi era per gli orfani, le vedove e i forestieri che si trovavano con gli Israeliti. La portavo loro ogni tre anni e la si consumava insieme, come vuole la legge di Mosè e secondo le raccomandazioni di Debora moglie di Ananiel, la madre di nostro padre, poiché mio padre, morendo, mi aveva lasciato orfano. Quando divenni adulto, sposai Anna, una donna della mia parentela, e da essa ebbi un figlio che chiamai Tobia. Dopo la deportazione in Assiria, quando fui condotto prigioniero e arrivai a Ninive, tutti i miei fratelli e quelli della mia gente mangiavano i cibi dei pagani; ma io mi guardai bene dal farlo.
Poiché restai fedele a Dio con tutto il cuore, l’Altissimo mi fece trovare il favore di Salmanassar, del quale presi a trattare gli affari. Venni così nella Media, dove, finché egli visse, conclusi affari per conto suo.
Fu allora che a Rage di Media, presso Gabael, un mio parente figlio di Gabri, depositai in sacchetti la somma di dieci talenti d’argento.
Quando Salmanassar morì, gli successe il figlio Sennacherib. Allora le strade della Media divennero impraticabili e non potei più tornarvi. Al tempo di Salmanassar facevo spesso l’elemosina a quelli della mia gente; donavo il pane agli affamati, gli abiti agli ignudi e, se vedevo qualcuno dei miei connazionali morto e gettato dietro le mura di Ninive, io lo seppellivo.
Seppellii anche quelli che aveva ucciso Sennacherib, quando tornò fuggendo dalla Giudea, al tempo del castigo mandato dal re del cielo sui bestemmiatori.
Nella sua collera egli ne uccise molti; io sottraevo i loro corpi per la sepoltura e Sennacherib invano li cercava.
Ma un cittadino di Ninive andò ad informare il re che io li seppellivo di nascosto. Quando seppi che il re conosceva il fatto e che mi si cercava per essere messo a morte, colto da paura, mi diedi alla fuga. I miei beni furono confiscati e passarono tutti al tesoro del re. Mi restò solo la moglie Anna con il figlio Tobia.
Neanche quaranta giorni dopo, il re fu ucciso da due suoi figli, i quali poi fuggirono sui monti dell’Ararat. Gli successe allora il figlio Assarhaddon. Egli nominò Achikar, figlio di mio fratello Anael, incaricato della contabilità del regno ed ebbe la direzione generale degli affari.
Allora Achikar prese a cuore la mia causa e potei così ritornare a Ninive. Al tempo di Sennacherib re degli Assiri, Achikar era stato gran coppiere, ministro della giustizia, amministratore e sovrintendente della contabilità e Assarhaddon l’aveva mantenuto in carica. Egli era mio nipote e uno della mia parentela.
Sotto il regno di Assarhaddon ritornai dunque a casa mia e mi fu restituita la compagnia della moglie Anna e del figlio Tobia.
Responsorio (Tb 1,19.20; 2,9; 1,15 Volg.)
R. Tobi, secondo le sue possibilità, faceva parte dei suoi beni a ciascuno e dava da mangiare agli affamati; * e temendo più Dio che il re, con sollecitudine seppelliva i morti e gli uccisi.
V. Andava a visitare tutti quelli che erano in prigionia e dava loro salutari avvertimenti.
R. E temendo più Dio che il re, con sollecitudine seppelliva i morti e gli uccisi.
Seconda Lettura
Dai "Discorsi" di san Massimo di Torino,
vescovo (73,14)
Tutto per la gloria di Dio
Il buon cristiano deve sempre lodare il suo Padre e Signore e procurare in tutto la sua gloria, come dice l’Apostolo: «Sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio» (1Cor 10,31). Ecco come dev’essere, secondo il pensiero dell’Apostolo, il convito dei cristiani: tale che in esso si mangi più la fede di Cristo che le vivande, e l’uomo sia saziato più dalla ripetuta invocazione del nome del Signore che dalla presentazione di molteplici e copiose portate, di modo che la religione nutra l’affamato meglio del cibo! «Tutto, dice, per la gloria di Dio». Cristo vuole partecipare a tutti i nostri atti o come socio o come testimone, con lo scopo che compiamo il bene per opera sua e ci allontaniamo dal male a causa della nostra unione con lui. Chi sa di avere Cristo come compagno, si vergogna di fare il male. Quindi il Signore ci aiuta a compiere il bene e ci preserva dall’operare il male.
Perciò, quando ci alziamo all’alba dobbiamo, prima di tutte le azioni profane, compiere un atto di religione e rendere grazie al Salvatore di averci custodito, quando giacevamo addormentati nei nostri letti. Mentre ci alziamo, dobbiamo rendere grazie a Cristo e compiere poi ogni azione della giornata nel segno del Salvatore. Infatti, quando eri ancora pagano usavi ricercare diligentemente i segni e valutare con grandissima cura per quali cose fossero propizi. Ma non voglio che t’inganni riguardo al numero. Sappi che in un solo segno di Cristo si trova la prosperità di tutte le cose. Chi comincerà a seminare in quel segno, otterrà il frutto della vita eterna: chi in esso inizia il proprio cammino, arriverà fino al cielo. Quindi bisogna dirigere tutti i nostri atti in quel nome e riferirgli tutti i movimenti della nostra vita, perché, come dice l’Apostolo: «In lui viviamo, ci moviamo ed esistiamo» (At 17,28).
E anche quando a vespro si chiude la giornata, dobbiamo lodare il Signore con il salterio e cantare melodiosamente la sua gloria, affinché, terminato il combattimento delle opere, meritiamo il riposo e il premio delle nostre fatiche come vincitori. A questo, fratelli, non solo ci ammaestra la ragione, ma ci esortano anche gli esempi. Non vediamo infatti che i piccoli uccellini, non appena l’aurora illumina il giorno, si mettono a cantare armoniosamente in quelle specie di cellette che sono i loro nidi e lo fanno con sollecitudine, prima di uscire, quasi per accarezzare il loro Creatore con la soavità del canto, dato che non possono farlo con le parole? Ciascuno di loro, non potendo confessare Dio, gli rende omaggio col canto, in tal modo che sembra render grazie con maggior devozione quello che canta più melodiosamente. E alla fine della giornata non fanno altrettanto?
Responsorio (Col 3,17; 1Cor 10,31)
R. Tutto quello che fate in parole e opere, * tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre.
V. Fate tutto per la gloria di Dio:
R. tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre.